Giada

Ciao a tutti! Sono Giada.

Ho letto le storie pubblicate e i relativi commenti ed ho deciso di raccontarvi la mia storia, sperando di poter dare anche solo un piccolo aiuto a qualche donna in difficoltà. 

Dalla mia esperienza ho tratto alcune conclusioni: noi siamo le artefici del nostro destino e, nella maggior parte dei casi, potremmo fare molto per cambiare la situazione in cui ci troviamo ma non lo facciamo perché un malessere psichico ci attanaglia e ci impedisce di trovare le vie d’uscita.

Solo quando qualcuno ci tende la mano e ci incoraggia a cambiare, prende forma quella spinta interiore, quella forza nascosta che ci permette di superare le paure e di affrontare il cambiamento. 

Sono nata e cresciuta a Torino e, per amore, a vent’anni mi sono trasferita in una piccola e bellissima cittadina di provincia.

I miei genitori non hanno approvato l’idea del trasferimento nella città natale di mio marito e, a dire il vero, fin da subito, non hanno apprezzato neanche mio marito.

Mio padre lo trovava “grossolano e poco gentile”; mia madre “stupidotto e con lo sguardo cattivo”.

Ovviamente, ogni qualvolta si accennava a questi suoi “difetti” io mi offendevo; piangendo mi rifugiavo nella mia camera e urlavo che “tanto l’avrei sposato ugualmente anche contro il loro parere”.

Mia mamma, spesso, mi consolava cercando di farmi riflettere: asseriva che tutte le loro osservazioni erano dette per il mio bene, che quel ragazzo non era la persona giusta per me, che avrei potuto ambire ad un matrimonio migliore e che avrei potuto rompere quella relazione in qualsiasi momento.

Ma io non avevo nessuna intenzione di romperla anzi, vedevo il loro disappunto come una sfida che mi induceva a legarmi sempre di più a quell’uomo e, in breve tempo, è diventato mio marito.

L’avevo incontrato durante una vacanza in montagna e uno scontro in discesa sugli sci, scampato all’ultimo momento, ci aveva fatto conoscere.

Io ero, allora, una bella ragazza: alta, bionda e dal sorriso luminoso.

Anche lui era un bel ragazzo dall’apparenza gentile ed educato.

È stato un amore a prima vista e mai, prima di quel momento, avevo sentito il mio cuore così confuso da non rispettare il ritmo naturale del battito.

Ero giovanissima e priva di esperienze: ero stata cresciuta come una principessa.

Appartenevo ad una famiglia facoltosa e i miei, potendoselo permettere, non mi hanno mai fatto mancare nulla e mai lasciata da sola: baby sitter, educatrici, maestri privati di musica e sport hanno accompagnato la mia crescita dall’infanzia alla giovinezza. 

La conoscenza di quel giovane attraente che dimostrava interesse per me quasi in modo spregiudicato mi aveva letteralmente sconvolta e mi aveva introdotta in un mondo nuovo e dal fascino irrefrenabile.

I miei genitori, allarmati per i modi sfrontati del pretendente, continuavano a dimostrare disappunto verso “il cacciatore di dote” come spesso lo chiamavano.

Ma la fascinazione del mondo nuovo che mi si era aperto davanti agli occhi mi aveva impedito di osservare con giusta obiettività tutti gli indizi che si erano presentati in diverse occasioni.

Giustificavo tutto ciò che era fonte di accuse con “era troppo nervoso per via del lavoro”, “troppo preoccupato per via dei problemi familiari”, “troppo assente per via degli impegni sociali”.

Non vi era spazio nella mia mente per il dubbio; nulla poteva essere accettato dalla mia ragione in modo non alterato perché tutto veniva modellato secondo le mie aspettative.

E la mia aspettativa maggiore era che lui corrispondesse in pieno a quel modello di uomo che mi ero sempre immaginata: giusto, leale, corretto e innamorato. 

Ho tenuto duro per i due anni di fidanzamento mantenendo il giuramento d’amore con lui e lo scontro con i miei genitori che mai, dico mai, neanche il giorno del matrimonio, ha manifestato una sia pur lieve inversione di tendenza. 

Ci siamo trasferiti subito nella casa di campagna che si trovava in cima ad una splendida collina.

Tutto sembrava nuovo e nella prima settimana di vita di coppia la frenesia del cambiamento, la sistemazione delle cose e le continue visite dei parenti mi hanno impedito di pensare alla vita che avevo lasciato.

In realtà era la prima volta che mi trovavo fuori casa ma la novità della situazione non mi ha permesso di sentirne la mancanza. 

 Ho scoperto, però fin dai primi mesi di matrimonio, che qualcosa non corrispondeva al modello previsto e quel sogno di amore magico e perfetto, che aveva accompagnato anche me fin dalla più tenera età, aveva iniziato la sua inesorabile frantumazione.

L’evento che ha segnato la prima linea di frattura si è concretizzato una sera durante la quale, avendo avuto l’invito a cena, stavamo andando a casa dei miei suoceri.

Eravamo in ascensore quando con tono crucciato mi chiese se mi fosse arrivato il ciclo anche questo mese.

Annuii con uno sguardo perplesso.

Il suo tono di voce cambiò subito intensità e con fare quasi minaccioso mi disse:” Io mi sono sposato perché voglio dei figli! Vedi di non farti venire il ciclo il prossimo mese!”

La frase mi turbò moltissimo facendomi sentire all’improvviso un oggetto, nello specifico un’incubatrice.

Ho avuto una reazione inconsueta e chiesi con tono amareggiato:

Mi hai sposata per amore o per avere dei figli? È questo il mio compito?

Intanto l’ascensore era arrivato al quarto piano e nell’uscire sul pianerottolo si girò verso di me con aria di sfida e mi rispose:

Vedi di non farti venire il ciclo il prossimo mese e non fare domande inutili!

Sconvolta rimasi dentro l’ascensore senza fare nessun cenno ad uscire.

Avrà pensato che non volessi più andare dai suoi e senza riflettere mi afferrò dal braccio e mi tirò verso l’esterno dicendomi con voce strozzata:

Non ti permettere di mancare di rispetto ai miei. Ci hanno invitati a cena e comportati in modo adeguato. Chi ti credi di essere?

In quel preciso momento la porta d’ingresso si aprì e apparve davanti all’uscio mia suocera che vedendomi con lo sguardo perso e, probabilmente, pallida mi venne incontro abbracciandomi e chiedendomi cosa avessi di strano.

Troncò velocemente lui stesso con un “nulla, nulla. Stai tranquilla. È solo stanca!” Non risposi, sorrisi a mia suocera ed entrai nella loro casa facendo finta che tutto andasse bene. 

Il mese dopo il ciclo ebbe la presunzione di ritornare e, in quella occasione, si presentò un altro segno innegabile che andò ad aggiungersi a molti altri che, lentamente, emergevano durante le giornate di convivenza.

Arrivò il primo schiaffo, così senza riflessione alcuna.

È arrivato come il ciclo: non voluto.

Al dolore fisico di quella mano scaraventata sulla mia guancia, si aggiunse il dolore dell’umiliazione, della sofferenza profonda e dell’incomprensione.

Perché mai meritavo quel trattamento? Non ero responsabile della mancata gravidanza. E perché era così importante la gravidanza?

Non mi aveva mai parlato di questa sua voglia di avere bambini!

Perché adesso ha questa fretta?

Alle mie lacrime e alla mia chiusura relazionale seguiva un suo pentimento: senza mai troppe parole, mi chiedeva scusa e accettava l’errore.

Si giustificava dicendo che aveva perso il controllo a causa delle situazioni che viveva nel lavoro, della delusione di questo mancato arrivo del bambino che tanto desiderava.

Però – concludeva – tu, lasciatelo dire: vai a cercare il pelo nell’uovo. Non ti si può dire nulla! Sei troppo “gentilina”. La vita non è quella che hai vissuto con i tuoi: lusso, studio e galanteria. No, mia cara: la vita è impegno, sofferenza, lavoro! Devi abituarti. Devi smettere di sentirti principessa: in questa casa non ci sono principesse. Tutti siamo qui per portare avanti l’azienda che mio padre ha fondato con grande sofferenza e lavoro. Io ne sono orgoglioso e ne vado fiero. Adesso è tutto mio e non posso permettermi il lusso di non saper gestire bene ciò che mio padre ha fondato. Qui non ci sono lussi, non ci sono spese pazze. Qui c’è lavoro! A volte anche urla e schiaffi, se servono! Io sono da solo e devo essere sicuro che tutto funzioni bene. Ho un peso enorme sulle spalle e ho bisogno di poter garantire la continuazione di questa azienda anche quando sarò vecchio!

Ecco il motivo del figlio! Io avevo sempre saputo che i figli si fanno per amore, si fanno perché il grande amore tra due persone possa concretizzarsi nella gioia di un nuovo essere umano.

Invece, nel giro di pochi mesi, avevo dovuto rivoluzionare il mio modo di vedere: mio marito non amava me ma solo l’utero che era in me e i nostri figli sarebbero nati per garantire la sua forza lavoro.

Credetemi, è dura accettare che la nostra importanza è identificabile con l’aspetto meccanico che il nostro corpo sa offrire.

Ho passato notti insonni a cercare una soluzione. Ho pensato alle parole dei miei genitori e mi sono morsa le mani per non aver mai dato retta ai loro consigli.

Cosa fare? Tornare a casa? No, non potevo. Non potevo dar loro questo dolore e nello stesso tempo non potevo accettare i miei errori.

Così, dopo una lunga riflessione e dopo qualche confidenza con il prete della parrocchia vicina, decisi di seguire il suo consiglio “fare la moglie e assecondare mio marito. Prima o poi sarebbe cambiato e si sarebbe reso conto che stava sbagliando”. 

Ho iniziato a lavorare nell’azienda: tenevo la contabilità. Non era un lavoro fisicamente pesante ma era psicologicamente stressante.

Mio marito controllava tutto, ogni fattura o bolla di accompagnamento, ogni registrazione di dati doveva passare dalla sua supervisione e se tutto non era così come lui voleva le umiliazioni si sprecavano.

La frase ricorrente era:

Chi ti credi di essere? Solo perché vieni da una famiglia ricca pensi di poterti permettere tutto? Sei laureata e non sai mantenere la contabilità!  L’intelligenza non ha limiti di denaro e tu ne hai poca!

Negli anni ho avuto tre figli, tutti maschi.

La forza lavoro era garantita e ne potevo sentire la sua soddisfazione quando li osservava giocare nel cortile di casa.

Accompagnava le sue manifestazioni d’affetto paterno con frasi del genere:

Dovete essere come vostro padre e vostro nonno: intraprendenti e coraggiosi. Sarete il futuro di questa azienda e il nonno ne sarà fiero. Studierete, imparerete tutto quello che serve e poi dirigerete tutto voi.

Il dolore di queste piccole creature non ve lo scrivo adesso qui, in questo breve racconto, perché meriterebbe una narrazione tutta sua.

Hanno sofferto insieme a me, contenendo rabbie, frustrazioni e delusioni.

E io, da mamma, cercavo di aiutarli ma la forza che opponevo a quel mostro di essere umano era debole e poco efficace.

Ad ogni litigio con i figli mi cacciava via afferrandomi dal braccio e spintonandomi nella camera da letto mi urlava:

Non sono fatti tuoi ciò che discuto con i miei figli. Tu li rovini! Non sai educarli: ti rivolgi sempre con i modi “gentili”… la tua ridicola gentilezza! Ricordati che gli alberi si raddrizzano quando sono piccoli: se li lasciamo crescere come vogliono loro ce li troveremo storti.

Avevo solo le lacrime per rispondere a questa furia di potere e di possesso ma le lacrime, come tutti sappiamo, non sanno cambiare gli eventi. E gli eventi rimasero immutati per decenni.

Non vi racconto tutti gli episodi che mi hanno vista vittima di soprusi, di abusi di ogni genere, di insulti e di violenza: sono troppi e per farlo dovrei scrivere un libro.

Ma vi dico che ogni episodio si è stampato nel mio cuore e nella mia mente lasciando in memoria tutte le umiliazioni e i dolori subiti.

I miei figli adesso sono grandi.

Due di loro hanno già una famiglia; il più piccolo è all’estero.

Hanno opposto una resistenza al loro padre-padrone che mai avrei immaginato.

Non so come andrà a finire con l’azienda e non credo che mi interessi molto.

Vorrei solo che i miei figli mettessero a frutto i loro progetti e fossero sereni.

Io, da cinque anni, ho trovato la forza di andarmene da quel carcere.

Sono riuscita con l’aiuto di un’amica che ho conosciuto in ospedale in un momento particolarmente drammatico della mia vita.

Mia mamma, che ho rivisto pochissime volte durante tutti gli anni del mio matrimonio, si era ammalata gravemente.

Lui, troppo impegnato nell’azienda, mi aveva concesso di andare a trovarla da sola.

Alla vista di quel viso pallido e sofferente ho pianto tutte le lacrime che avevo trattenuto per anni.

Al suo capezzale, tenendole le mani, le ho confessato tutto il mio dolore per non aver ascoltato i suoi consigli, per non aver valutato con serietà la scelta fatta, per averla fatta soffrire terribilmente, per averle mentito ogni qualvolta mi chiedeva spiegazioni per un livido particolarmente vistoso e per averla trascurata per tutto quel tempo.

Una giovane donna nei pressi del letto a fianco a quello di mia madre, non ha potuto non ascoltare i miei lamenti e sedendo al mio fianco ha preso le mie mani nelle sue.

Da quel momento ho capito cosa sono la fiducia, l’amicizia, la solidarietà.

Tutto l’odio e la diffidenza che mio marito aveva cercato di seminare intorno a me si è dissolto perché ho potuto vedere con i miei occhi e toccare con le mie mani quanto altruismo c’è nel mondo e quanto aiuto viene offerto in cambio di un sorriso.

Così, con l’aiuto di questa amica, sono andata da un avvocato a chiedere la separazione, sono riuscita a trovare casa in un paese vicino Torino e a trasferirmi in un luogo sicuro.

Non vi posso descrivere la rabbia di mio marito quando ha scoperto che non ero a casa perché ero andata via!

È stato mio figlio più giovane a comunicarglielo. – Dov’è tua madre? – gli aveva urlato – Sono già le otto di sera e non è ancora tornata a casa! Quando si cena in questa casa?

Mia madre è andata via! Non tornerà più qui! –  gli aveva risposto mio figlio.

Con lo sguardo incredulo e infuocato ha urlato nei miei confronti tutto il male del mondo e ha serrato tutte le porte a un eventuale mio ritorno.

Non sono mai tornata e non penso di volerlo fare per il resto della mia vita.

Adesso i miei figli vengono a trovarmi spesso e alcune volte rimangono a dormire nella nuova casa.

Mio marito dopo la prima sfuriata durata qualche mese, mi ha cercata e ha insistito infinitamente con i figli per vedermi e parlarmi.

Dopo un primo rifiuto da parte mia ho ceduto permettendogli di incontrarmi a casa di mio figlio più grande.

Si è inginocchiato e mi ha chiesto perdono ma io non potevo più cancellare i segni che avevano frantumato la mia vita.

Mentre lui mi parlava rimanendo in ginocchio, io risentivo nella mia mente le sue urla che rimbombavano tra le pareti delle camere di quella casa che non avevo mai percepito mia e dove lui mi aveva fatta sentire sempre una serva.

Non avrei mai potuto dimenticare il disprezzo che mi dimostrava mentre parlavo, mentre cercavo di spiegarmi, mentre vivevo.

Era un disprezzo atavico che forse apparteneva ad un mondo antico e chiuso e dove ogni raggio di luce e di cambiamento era solo fonte di tormento e di paura.

Lo ringraziai per le sue richieste di pacificazione ma gli spiegai, con voce chiara e sicura, che tutti gli eventi del passato avevano segnato in modo indelebile la mia vita.

Non avrei mai più potuto essere come prima.

Gli auguravo tutta la serenità del mondo ma in quella casa non sarei più tornata. 

Andò via sbattendo la porta, rinnegandomi come moglie e accusandomi di crudeltà verso un uomo che aveva dato tutto alla famiglia e al mio benessere.

Era la dimostrazione di come fosse realmente incapace di mettere in discussione i suoi modi di fare e di essere. 

Adesso sono serena.

Non ho problemi di rendita perché i miei genitori mi hanno lasciato sufficiente benessere per poter vivere in modo dignitoso anche senza l’aiuto di mio marito.

Ma non potrò mai perdonarmi di aver rinunciato alla mia vita, ai miei sogni, ai miei studi in nome di un amore che per anni mi ha dimostrato possesso e violenza.

Non potrò mai perdonarmelo perché non ho saputo amare sia me stessa, sia i miei figli sottoponendoli per tutta la loro infanzia e giovinezza a inauditi tormenti e insulti.

Se i miei figli, adesso che sono grandi, dimostrano segni di sofferenza nelle relazioni, anche di coppia, sento che la responsabile sono io perché non li ho tolti in tempo dalle grinfie di un padre-padrone e non ho saputo garantire loro una serenità familiare adeguata.

So che non posso cambiare il passato però posso cercare di modificare il presente e il futuro.

Ho già chiesto a tuttei e tre di farsi seguire da uno psicoterapeuta perché, forse, è l’unica via per superare le difficoltà emotive.

E io stessa cerco di farmi portavoce, con la narrazione della mia storia, di verità scomode: l’uomo violento esiste e, spesso, non è consapevole di esserlo; ma la donna che vive la violenza in modo passivo non può rifugiarsi nel ruolo di vittima come ho fatto io.

Deve reagire e trovare la forza per allontanarsi dal male. Deve chiedere aiuto a quelle persone che sanno come fare per superare le difficoltà.

 – Amica che mi leggi, non avere paura! Chiedi aiuto e la tua vita cambierà! – 

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