L’8 marzo: le parole dei suoni

L’8 marzo: la festa della donna. Ma non è una festa perché non vi è nulla da festeggiare.

Sarebbe comprensibile se ci fosse anche la festa dell’uomo o quella del bambino.

Ma queste feste non ci sono perché, normalmente, si festeggiano le cose particolari, gli eventi che avvengono con cadenza annuale: non si festeggia la normalità.

Ed essere donne o uomo o bambino è una normalità.

Non possiamo neanche rifugiarci nella definizione di un altro termine: l’8 marzo è la giornata della donna.

Le giornate hanno per definizione un oggetto o un ruolo da considerare: la giornata degli innamorati, la giornata dei nonni, la giornata dei diritti, … e l’elenco è lungo!

Ma la donna non è né un oggetto, né un ruolo. La donna è donna e non ha una dimensione “festeggiabile”.

Sarebbe come dedicare una giornata all’aria che respiriamo, al sole che ci riscalda, al vento che ci scompiglia o alla pioggia che ci bagna.

O ancora come dedicare una giornata alla vita che ci circonda.

Non lo facciamo perché tutto questo ci sembra normale perché normale è la vita che ci avvolge con tutti i suoi elementi.

E la donna è un elemento della vita e per ogni elemento è normale essere come si è.

E allora perché l’8 marzo rappresenta ormai un nodo centrale di incontri, riflessioni, dibattiti e festeggiamenti? Su cosa dibattiamo se la normalità ci appartiene?

Per trovare le risposte a queste domande basta ripercorrere i viali della storia, delimitati da grossi trochi con i rami spezzati che raccontano a chi sa cogliere le parole dei suoni, il dolore del più grande genocidio di tutti i tempi.

Non rivolto però a un gruppo etnico o religioso, ma al genere femminile.

E, chi sa cogliere le parole dei suoni, troverà i lamenti di quelle madri a cui sono stati negati i propri figli e con essi la propria forza creatrice;

sentirà le urla strazianti di quelle bambine infibulate e menomate degli organi sessuali esterni;

sentirà il dolore di quelle donne che hanno dovuto rinunciare ad un sogno o all’espressione di un talento per ricoprire un ruolo stabilito da altri;

sentirà il bruciore di quegli schiaffi che  hanno lasciato il segno delle dita sulle guance di quelle mogli che non hanno abbassato lo sguardo;

sentiranno la povertà di chi non ha potuto conoscere il mondo e il suo sapere;

sentiranno l’umiliazione della donna che deve chiedere i soldi per comprare il pane.

E se, ancora, chi sa ascoltare le parole dei suoni, s’inoltra nelle viuzze dei viali riuscirà a sentire il disgusto di quelle donne che si sentono chiamare puttana;

l’orrore di quelle anime che hanno visto il loro corpo abusato e sfondato;

il disprezzo di quelle madri che nel crescere il proprio figlio non hanno saputo interrompere la catena dell’orrore.

Chi si incamminerà in questi viali della storia sentirà il peso di quella cultura che si nutre e veste la donna di stereotipi e capirà che nella data l’8 marzo non c’è nulla da festeggiare.

Ancora adesso, come allora, le parole dei suoni sono le stesse perché da qualche parte nel mondo, adesso, una bambina urlerà mentre la lametta le lacererà la vagina, una giovane donna vivrà l’orrore del suo corpo sfondato, una donna porterà sul suo viso i segni delle dita e ad un’altra le verrà tolto il diritto di essere madre.

Difronte a tanto dolore, quel viandante attento potrà solo nominare l’8 marzo come la ricorrenza del dolore, di un dolore vecchio quanto è vecchio il mondo e attuale quanto è attuale il mondo.

Di cosa si parla, dunque, nelle tante tavole rotonde, conferenze, eventi che invadono tutto il mese di marzo?

Si parla di natura violata, di diritti annullati.

Si parla di lotte tra quei viandanti che sanno ascoltare le parole dei suoni e quelli che sono sordi ad ogni dolore.

Le lotte sono aspre e non sono lotte di genere: sbaglia chi pensa che le donne lottino contro gli uomini.

La lotta coinvolge in entrambi le fazioni tutte e due i sessi: ci sono donne sorde al dolore delle altre donne e sono pronte a vendere la propria sposa bambina al ricco signorotto locale, quelle che tengono ferme le piccole per le loro rudimentali operazioni, quelle che negano alle figlie un futuro indipendente e quelle che insegnano alle loro bimbe ad essere passive e ai loro maschietti ad umiliare.

Ma nell’altra sponda ci sono uomini che lottano per far valere i diritti delle loro amiche e compagne, che rispettano le competenze delle loro colleghe, che si misurano con l’altro sesso con onestà e stima sul livello della comprensione e non del potere.

Non è una questione di schieramento di genere: è la grande capacità di ascoltare le parole dei suoni che porta a scegliere la strada giusta e a vedere la donna non come una cosa da festeggiare ma come una parte fondamentale della vita da amare e rispettare. 

Agata Comandè – Responsabile del Nido di Clò