La legge è uguale per tutti!

Ciao, sono Emanuela. Sono cresciuta in una piccola città del Piemonte e ho studiato laureandomi con il massimo dei voti in Economia aziendale.

Sono stata subito chiamata da una nota azienda del settore tessile dove ho  lavorato con impegno dando il massimo delle mie potenzialità, convinta che il merito fosse la condizione indispensabile per il successo professionale.

Dopo la mia assunzione ho conosciuto Massimo, giovane avvocato, con il quale sono andata a convivere, felice e innamorata.

La vita in quel periodo mi pareva un sogno e mi sembrava di poter toccare il cielo con le mani.

Avevo raggiunto molti obiettivi ed ero fiera di averlo fatto solo grazie alle mie forze e al mio impegno.

A volte mi ritornava in mente una frase che mio padre, uomo di legge, mi diceva spesso: “Ricorda: la legge è uguale per tutti”.

E siccome era mio padre a dirmelo, io ci ho creduto sempre profondamente. 

E per questa mia profonda fede e convinzione che la legge fosse uguale per tutti non ho nascosto al mio datore di lavoro, durante un colloquio, che mi sarebbe piaciuto avere un bambino.

Un figlio tutto mio e di Massimo, da amare, accudire e crescere.

Eravamo una bella coppia, innamorati e all’età giusta per mettere su famiglia.

Ma il viso del mio capo si era oscurato e mi aveva detto:

Ah no! Se pensi di fare un figlio tra breve non posso rinnovarti il contratto. Mi dispiace! Cerca di capire: non posso. Non potrei farcela con i costi!

E alla mia voce perplessa che poneva le domande: -E quando potrò avere un bambino? Abbiamo entrambi più di trent’anni! Quando potrò essere madre? –  mi aveva risposto con voce tonante e con una lieve sfumatura di disprezzo:

Voi donne, pensate sempre ad avere figli e noi imprenditori non abbiamo nessuno che ci aiuti ad affrontare questo enorme problema. Se avete in mente di fare carriera, lasciate perdere i figli!  Dovete decidere a cosa tenere di più.  Non si può avere tutto dalla vita!

Con un gesto della mano che non lasciava più spazio a contestazione concluse:

Decidi: o il figlio, o il lavoro!

“La legge è uguale per tutti” mi ripetevo nella testa mentre, tornando a casa, mi stringevo addosso con forza il cappotto in cerca di maggiore riparo da un freddo intenso che mi penetrava le ossa. 

– E’ uguale per tutti ma non per le donne che vogliono essere mamme! Le donne devono scegliere. L’essere mamma è diventato un lusso – Massimo, il mio compagno, dispiaciuto quanto me aveva concluso: – Non possiamo perdere il tuo lavoro adesso. Con tutte le spese che abbiamo e con il mio lavoro ancora non stabile, non possiamo rischiare. Aspettiamo ancora: può essere che le cose cambino! –

“Può essere” mi dicevo e cercavo invano di addormentarmi.

“La legge è uguale per tutti” mi hanno sempre detto. Ed io ci ho creduto ancora.

E infatti ero sicura di riuscire a fare carriera.

Avevo rinunciato alla maternità ma almeno potevo andare avanti nella crescita lavorativa.

Così ho studiato tanto quando ho saputo che nella mia azienda c’era bisogno di un nuovo manager.

Il maschile di questo sostantivo mi metteva ansia ma io ce l’ho messa tutta per superare brillantemente il master di formazione.

Ho persino convinto Massimo ad andare a festeggiare fuori casa al ristorante la mia sicura promozione.

Ne ero veramente sicura. – Sei la più brava, la più preparata, la più competente – mi diceva sempre il mio capo e sognavo di diventare una dirigente d’azienda con tutti i pro e i contro annessi e connessi ma con uno stipendio che mi avrebbe permesso di superare molte delle difficoltà familiari.

Fino a quando un mattino, sempre lui, il mio capo, mi disse:

Vedi Emanuela, tu sei ancora giovane…, hai un sacco di tempo davanti a te per fare carriera! Lo so, lo so che sei stata bravissima e che hai superato il master con eccellente profitto e con ottima padronanza della materia ma… non posso promuoverti.

Il gelo nuovamente ha invaso le mie ossa e in quel momento non avevo nessun cappotto da stringermi addosso.

Ho trovato la forza per sedermi e appoggiare la testa al palmo della mano mettendo il gomito sul bordo della scrivania.

Lui ha colto il mio profondo sconforto e ha tentato una vana consolazione: – Sicuramente ci saranno altre possibilità, vedrai. O qui da noi o in un’altra azienda. Tu sei troppo brava per passare inosservata! –  – E allora perché non mi promuove? – avevo chiesto:

Perché, perché…, perché c’è Andrea prima di te. Lui lavora da noi da un sacco di tempo, è bravo anche lui. Non è brillante come te ma sicuramente ce la metterà tutta. Non posso scavalcarlo. E poi…, non posso dirti tutto. Cerca di capire

Avevo trovato ancora un po’ di forza per rialzarmi e dirgli, prima di voltargli le spalle per uscire: – Perché Andrea è figlio di un suo amico che è anche un azionista! E perché è un uomo e non le farà richieste “strane”. E questo che non mi vuole dire, vero? – I nostri occhi si sono incrociati per qualche secondo e avendo come unica risposta il silenzio e l’abbassarsi del suo sguardo, andai via.

Fuori dal cancello dell’azienda, nella mia mente si sono accavallati mille pensieri di rancore e vendetta.

Se fossi stata sicura di trovare una nuova assunzione l’avrei mollato subito e me ne sarei andata lontano.

Ma non ero sicura e non potevo vivere nell’incertezza.

E poi pensavo alle difficoltà a cui sarai andata incontro: cambio di casa, di città, traslochi, spese…

Mi chiedevo a cosa era servito tanto sacrificio, a cosa era servito essere competenti e meritevoli.

Non sapevo dare risposte e, forse per questo, la mia mente, nei giorni successivi, si era rifugiata in altri pensieri come quello di cercare di pianificare le spese dei mesi successivi per recuperare i soldi del master spesi inutilmente.

“La legge è uguale per tutti!” mi dicevo con un sorriso amaro sulle labbra mentre tornavo da Massimo, rassegnata ad affrontare un mondo di falsi proclami.  

Ho vissuto un periodo di forte crisi e ringrazio molto Massimo, che poi è diventato mio marito, per la pazienza che ha avuto e per il grande sostegno psicologico che mi ha dato.

Per fortuna lui è stato assunto a tempo indeterminato e lavora con grande impegno e soddisfazione.

Io ho continuato, per un periodo abbastanza lungo, a vivere in una sorta di limbo incapace di decidere cosa fosse più importante tra la famiglia e il lavoro.

Ho cercato di immaginarmi nel ruolo di madre e mi vedevo perennemente insoddisfatta per via del fallimento lavorativo.

Mi immaginavo manager di un’azienda e mi vedevo perennemente insoddisfatta per il fallimento familiare.

Fino a quando, all’età di trentasei anni, ho capito che non potevo più rimandare la scelta.

Dopo un anno è nata Aurora che ha riempito la mia vita di gioia.

Non posso negare che la rinuncia alla carriera è uno di quei nodi alla gola che fatico a mandar giù.

Forse se avessi avuto la forza di cambiare azienda, le cose sarebbero andate in modo diverso.

Ma ho dovuto valutare troppe cose tra cui alcune fondamentali come la distanza da casa e l’allontanamento dalla mia famiglia d’origine con la quale ci sosteniamo a vicenda nei momenti di bisogno.

Se, adesso, qualcuno mi chiedesse se sono felice, risponderei di sì.

Sì, lo sono. Sto bene, ho una bella famiglia, un bel lavoro, una bella casa.

Potrei ritenermi soddisfatta, ma nel mio profondo non lo sono perché le scelte che ho fatto non sono state prese in piena libertà ma sono state determinate da una limitazione dovuta al fatto di essere donna.

Il fenomeno della violenza non si manifesta solo con le botte e con gli abusi fisici.

Quello è il fenomeno che fa più scalpore.

Ma c’è una violenza di genere più subdola che incatena tantissime donne a situazioni di sofferenza perché viene impedita loro la libera scelta.

Sono sicura che se fossi stata un uomo non avrei dovuto scegliere tra carriera e famiglia.

Non avrei dovuto dare dimostrazione di grandi competenze.

Sarebbe stato tutto più facile! Sarei stato un manager soddisfatto per il percorso professionale e avrei avuto ugualmente la mia bella famiglia.

Invece, visto che sono una donna, tutto ciò mi è stato negato.

Mi chiedo se mio padre ci credesse veramente alla frase che continuamente mi diceva oppure se anche lui, nel corso del tempo, si era accorto che ci sono leggi non dette più potenti di quelle scritte e che, quasi sempre, sono a sfavore dei più deboli e delle donne in particolare.

Non mi sono pentita di avere scelto Aurora, sono felice di essere mamma e di avere lei come figlia, ma l’amarezza della rinuncia immotivata mi ha condizionata moltissimo tanto da decidere di far parte di un gruppo associativo che lotta per cercare di combattere la disparità di genere per rendere concrete e vere le parole di mio padre: “la legge deve essere uguale per tutti!”