Lorena

Ciao a tutti, sono Lorena. 

Ho visitato il vostro sito e vi mando la mia storia.

Magari riuscirà ad aiutare qualche donna in difficoltà.

Sono una donna di quasi quarant’anni e, quando sento che la violenza contro le donne è solo una questione di violenza fisica mi viene da sorridere, così come quando sento che è una questione di cultura e provenienza.

La violenza non è solo fatta di schiaffi ma ingloba al suo interno molte altre cose.

Per esempio la scarsa considerazione dell’altro.

E non è presente solo tra gli extracomunitari, come spesso viene detto; è presente in ogni tessuto sociale e ad ogni latitudine.

Io sono italianissima così come lo è il mio ex marito.

Provengo da una famiglia normale: mio padre era un commerciante e mia madre lo aiutava nella gestione del negozio.

Sono cresciuta in un ambiente abbastanza sereno e, a parte qualche problema legato proprio all’attività commerciale, non abbiamo mai vissuto situazioni drammatiche.

Sono stata una ragazza serena e ho frequentato la scuola fino al diploma.

Avrei voluto proseguire ma ero troppo interessata ad altre cose: lo studio non era proprio il mio forte!

I miei genitori hanno assorbito il colpo e mi hanno proposto di continuare la loro attività: rendeva bene e il lavoro non mancava.

Così ho iniziato la mia vita lavorativa dietro un banco, servendo i clienti e chiacchierando allegramente.

È stata in una di quelle solite giornate che è entrato nel locale un giovane particolarmente attraente.

Ricordo che mi aveva colpito e, forse, a lui questa cosa non era sfuggita.

Dopo una serie di sguardi attenti, di complimenti e di sorrisi mi invitò a fare un giro nella fiera della città che, in quel periodo, portava in strada una folla di gente curiosa.

Accettai e, durante la pausa pranzo, uscii e lo raggiunsi nella piazza centrale.

Alla fine del giro ero già cotta: mi sembrava di conoscerlo da sempre e di potermi fidare ciecamente.

Iniziammo una felice relazione; lo presentai a i miei che apprezzarono il suo modo di fare, la sua gentilezza e la sua educazione.

Sembrava tutto un sogno: un principe arrivato all’improvviso nella mia vita per rendermi felice.

Lui viveva in una città vicina, quindi, potevamo frequentarci con tranquillità in ogni pausa del suo e del mio lavoro.

Il suo lavoro era un po’ complicato perché era un rappresentante e, a volte, si assentava per giorni o settimane.

Però, appena rientrava, volava subito da me!

Due anni passarono velocemente e fui immensamente felice quando, una sera a cena, mi chiese di sposarlo.

Cosa potevo sognare di più bello?

Avremmo coronato il nostro sogno d’amore con il matrimonio.

Cominciammo ad organizzare tutto e a cercare casa: avremmo preparato il nostro nido curandolo nei particolari.

Comprammo gli arredi che erano, ai miei occhi, bellissimi.

Quando arrivarono il salotto e la camera da letto, decidemmo di iniziare a vivere nel nostro nido: mancava solo un mese al matrimonio!

Fu al mattino del secondo giorno della nostra splendida nuova vita che, alzandomi dal letto, trovai ai piedi della poltroncina, dove c’erano appoggiati i suoi pantaloni, un foglio.

Lui era in bagno e presi il biglietto piegato per portarglielo.

Prendendolo tra le mani i bordi si allargarono facendo intravedere la prima riga di scrittura.

Le parole che i miei occhi lessero in quel momento mi paralizzarono: “Amore mio, come pot…..”.

Mi fermai subito e, sentendo che lui stava per uscire dal bagno, d’impulso nascosi il foglio sotto il mio cuscino. Lui si avvicinò e mi abbracciò con un abbraccio forte e pieno d’amore ma capì subito subito che c’era qualcosa che non andava e mi chiese cosa avessi.

Mentii, per la prima volta gli mentii.

Andammo a fare colazione e, dopo, lui tornò in camera per prepararsi.

Lo seguii e notai che, mentre si vestiva, cercava qualcosa nelle tasche dei pantaloni.

Era agitato. Finsi serenità e lui, nascondendo la sua preoccupazione, mi baciò e uscì.

Quando fui sicura della sua partenza, tornai in camera e presi quella che, ormai avevo capito, fosse una lettera.

Amore mio – c’era scritto- come potrò accettare tutto questo? Ti amo immensamente. Tu dici di amarmi ancora ma hai deciso di sposare  l’altra. Lo so che ho sbagliato e ti ho chiesto perdono! Non accadrà più, amore mio. Ti prego! Pensa al nostro piccolo Andrea. Cosa dirò a tuo figlio quando mi chiederà di te? Sei ancora in tempo, ti prego: torna da me! Per sempre tua, Anna

Le emozioni che ho provato non riesco a individuarle e a raccontarle.

Forse non ne ho provate!

Non so se durante un evento shock si possano provare varie emozioni.

Forse solo sgomento o angoscia.

Ricordo di essere caduta sul letto e di essere rimasta supina per un periodo di tempo impreciso.

Addirittura credo di aver chiuso gli occhi e tentato di addormentarmi.

Forse perché speravo fosse un incubo dal quale avrei desiderato svegliarmi.

Lo squillo del telefono mi fece sussultare: la lettera era lì al mio fianco e la realtà pure.

Risposi malvolentieri: era mia zia, la sorella di mia mamma.

Un pianto incontrollabile si impossessò di me e, dopo dieci minuti, mia zia era alla porta.

Le feci leggere la lettera e, anche lei come me, rimase senza parole.

Furono momenti eterni che ci hanno unite in un dolore senza limiti.

Dopo non so quanto, mi disse: “Prendi le tue cose e andiamo. Vieni via con me”.

La seguii come un automa.

Lasciai la lettera aperta sul letto.

Non so cosa accadde quando lui rientrò e cosa provò quando non risposi più alle sue chiamate.

La sera stessa era davanti alla porta: lo sentivo parlare animatamente con mia zia e sentivo che continuava a dirle: “devo parlare con lei, devo spiegarle”.

Non c’era nulla da spiegare: lui aveva un’altra famiglia e mi aveva ingannata.

Mio padre andrò a trovarlo e, non so con quali modi e quali toni, lo obbligò a disdire tutti gli impegni per la cerimonia e ad assumersi l’onere economico.

Io telefonai all’atelier per bloccare la consegna del mio abito da sposa.

Seguirono mesi d’inferno.

Le notti insonni furono tante e tutte passate sul divano di casa a chiedermi il perché di tanto dolore.

Cosa avevo fatto di male per meritare tutto quello? Non uscii di casa per mesi e non andai a lavorare.

I miei genitori, ovviamente, assecondarono le mie scelte e mi diedero tutto il tempo per leccarmi le ferite e cercare di guarire.

Dopo circa sette mesi, con l’aiuto di mia zia, feci la prima passeggiata lungo un viale.

Mi sembrava di essere come una convalescente che, dopo una grave malattia, prova a fare i primi passi.

La freschezza dell’aria e il sapore della vita si riaffacciarono lievemente e capii di non essere morta.

Ritornai ad uscire e a lavorare.

In un pomeriggio, mentre rientravo a casa, svoltando uno dei tanti angoli presenti nel percorso, lo trovai appoggiato a un muro.

Cercai di cambiare strada ma mi si parò davanti.

Si inginocchiò e piangendo mi chiese perdono.

Ti devo parlare – mi disse – ti devo raccontare tutto. Ho sbagliato a non raccontarti la verità: ho avuto un’altra storia ma è tutto finito. L’avevo lasciata da tanto tempo. Devi ascoltarmi: io ti amo!

E io, disgraziatamente, lo ascoltai.

Le sue parole mi parvero sincere e gli credetti.

Ne parlai con i miei genitori e ne nacque una lite.

Mio padre e mia madre non volevano più sapere nulla di lui.

Si era dimostrato una persona poco affidabile, un traditore e io non avrei più dovuto dargli fiducia.

Così, per non far stare male i miei, continuai la mia storia in segreto.

Altri due anni insieme: ci si vedeva di nascosto; mi inventavo gite al mare o in montagna con amiche, e vivevo la mia storia con lui.

Dell’altra mai nessun accenno, del figlio neppure.

Alle mie domande rispondeva in modo vago dicendomi che come padre non mancava ai suoi impegni ma che con lei non aveva più nulla da condividere.

Ed io gli credetti.

Dopo due anni ricominciò a parlare di matrimonio e ne riparlai anch’io con i miei.

Gli raccontai della nostra storia e di come lui fosse cambiato, di come fosse sincero.

Aveva avuto un figlio da un’altra relazione: tutto lì.

Acconsentirono al matrimonio che questa volta si celebrò con apparente serenità.

Dopo due mesi ero già incinta della mia prima bambina.

Fu un periodo di felicità pura.

Quando Simona, la mia bambina, compì due anni ero nuovamente incinta del mio secondo bimbo.

Fu durante questa seconda gravidanza che, mentre mettevo a posto in un armadio in cantina, trovai una scatola di latta chiusa con un lucchetto.

Non ebbi alcun dubbio nel volerla aprire: il veleno della diffidenza si era impossessato subito di me.

E non mi ero sbagliata.

In quella scatola c’era la doppia vita di mio marito.

Ho divorato in poco tempo tutto ciò che ho trovato scritto in biglietti, lettere e messaggi di ogni tipo.

Anna era ancora presente nella sua vita e anche lei, come me, aveva continuato a dargli dei figli.

Era nato un altro bimbo.

Com’era possibile tutto ciò?

Quando andava da lei?

Forse tutte le volte che seguiva la sua squadra del cuore, tutti i congressi a cui partecipava, tutte le visite a sua sorella, tutti i giri dai clienti lontani che lo facevano stare fuori casa anche per due settimane consecutive? Forse!

Sicuramente ogni scusa l’aveva condotto alla convivenza con lei!

Ero precipitata nuovamente in un vortice di angoscia.

Cosa fare? Dove andare?

Ho deciso di non scappare questa volta e di affrontarlo.

Così l’ho atteso: era una di quelle sere che sarebbe rientrato tardi.

La scenata preparata da me, scaraventandogli addosso la scatola di latta aperta, provocò una reazione inaspettata: l’uomo che si era messo in ginocchio qualche anno prima per chiedermi perdono era sparito.

Adesso c’era, davanti a me, un uomo arrogante e minaccioso che mi strattonava per essermi permessa di guardare tra le sue cose.

Un uomo che continuava a dire che non mi mancava nulla e che lui era lì con me e non con l’altra.

Che la sua vita era così e non poteva farci niente.

Il litigio si concluse con uno schiaffo tiratomi in faccia nonostante il pancione ormai troppo grosso.

Furono mesi d’inferno e l’inferno diventò più infuocato quando mio padre mi disse: “l’hai voluto sposare, adesso devi pagare le conseguenze”.

Fu, ancora una volta, mia zia a prendersi cura di me e a portarmi via da quella casa insieme alla mia bambina.

Lui non si rassegnò a questa decisione: voleva che tornassimo a casa.

Iniziò un lungo periodo di minacce, di tentativi di rappacificazione che, puntualmente, sfociavano in liti furiose.

Non potevo più tollerare le sue uscite: sapevo dove andava e sapevo che la presenza di due figli non gli avrebbe mai permesso di chiudere definitivamente quella storia.

Ero stata sciocca nell’avergli creduto la prima volta.

Quando nacque il mio bimbo ero da sola e quando lui venne a vederlo gli chiesi la separazione.

La sua vendetta fu terribile: mi tolse la casa, i soldi dal conto e tutto ciò che potè.

Ha cercato di togliermi anche l’affido dei miei figli ma, il giudice non l’ha permesso.

La fiducia totale riposta in lui mi aveva fatto fare degli errori madornali: la casa era stata intestata solo a lui così come il conto bancario!

Io, presi i miei figli, gli unici veri gioielli che ho potuto tenere, sono andata via definitivamente da quella casa e da quella vita.

Posso dire, in onestà, che non è stato un cattivo padre: è stato presente nei momenti importanti delle loro vite e li ha aiutati ogni volta che ne hanno avuto bisogno.

Immagino, abbia fatto le stesse cose con gli altri due figli.

Adesso lui vive con lei.

Di me non ha più chiesto nulla.

Io ho dovuto lottare molto per togliermi dal cuore quel ricordo straziante dell’amore che ho provato e che mi aveva riempito la vita.

Ho lottato e, adesso, a distanza di anni, mi sento più serena e pronta a vivere nuovamente. 

Il messaggio che voglio lasciare alle donne che mi leggono è: non fidatevi mai ciecamente, neanche quando vi sentite innamorate.

Lo so che l’amore è fiducia nell’altro, ma l’altro non è detto che creda alle stesse cose alle quali credete voi. 

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