Silvia

Ciao, sono Silvia. 

È mattina e la città si è messa in moto da poco.

Io sono qui alla finestra da stanotte, da quando sono riuscita a togliermi dal cuore il peso di una sofferenza indicibile urlando al mondo la mia guarigione.

Adesso sto con una mano appoggiata al vetro, scrutando ogni passante e guardando le luci che si riflettono sull’asfalto bagnato e si allargano nelle pozzanghere.

È come se non avessi ancora soddisfatto del tutto il bisogno di dire agli altri che la vita è una sola e che non va sprecata, che l’amore è solo una parte di essa e che al di sopra dell’amore vi è il rispetto e il riconoscimento dell’altro. 

Io, prima di adesso, ho sognato l’amore delle fiabe, quello che ritenevo “vero e intenso”; quello che unisce due anime rendendole un solo respiro e un unico battito senza tempo e senza fine.

Un amore irreale, che annulla l’identità dei singoli in nome di un idillio di coppia e che, spesso, si basa sul predominio di uno dei suoi componenti.

Il ricordo di quell’idea di amore che avevo coltivato per tanto tempo e che mi aveva resa schiava, adesso, dopo il mio lungo e travagliato percorso, mi fa sorridere. 

Gli uomini della mia vita, hanno avuto sempre una stessa costante: mi hanno amata con intensità, annullando ogni mio aspetto e ogni forma di identità.

Volevano che fossi l’immagine di un ideale di donna passiva e sottomessa, che dice sempre di sì e vive esclusivamente per loro.

E la storia d’amore nell’arco di poco tempo si rivelava come la lava di un vulcano: bruciava tutto annientando ogni forma di vita.                                                          

Eppure io non ho mai voluto o cercato uomini così. 

Lo ricordo bene, fin da piccola, quando assistevo ai litigi feroci dei miei genitori e quando vedevo le mani di mio padre alzarsi sul viso di mia mamma.

E ricordo mia madre che, lentamente, si ammutoliva perdendo la forza di chiedere aiuto.

Altrettanto lentamente si ammutoliva la mia anima anche se, in silenzio e in un angolo nascosto, giuravo a me stessa che non avrei mai sposato un uomo come mio padre.

Mai, a costo di rimanere da sola. 

Ricordo quando chiedevo a mia mamma perché avesse sposato un uomo così, perché non fosse mai andata via da quella situazione, perché accettasse passivamente tutte quelle botte.

Ma lei mi rispondeva sorridente:

No, Silvia. Non lascerò mai tuo padre. Tuo padre mi ama, mi ama molto. Sono io che sbaglio e lo induco a comportarsi così: alcune volte non ragiono e lo provoco. Mi prende un qualcosa dentro che non saprei spiegarti e faccio delle riflessioni tutte sbagliate. E lui … sai com’è? Alcune volte si controlla e altre volte perde la pazienza. Giustamente. Ma non è cattivo. Alcune volte diventa violento perché vuole aiutarmi a capire … a capire che certi modi di fare e di dire sono sbagliati. A farmi rientrare nella visione giusta delle cose. Sai Silvia, noi donne, ogni tanto, ci facciamo prendere dalle ansie ingiustificate. Siamo donne!

E io, guardandola sconcertata replicavo:

Ma ti picchia! Deve “aiutarti” a capire le cose picchiandoti? Non potrebbe solo dirtele e basta? Cosa vuol dire “Siamo donne?” Cosa abbiamo di diverso dagli uomini?

Questa volta era lei a guardarmi sconcertata, come se non riuscisse proprio ad accettare una visione diversa dalla sua, e mi rispondeva con un tono molto severo:

Trovassi tu un uomo come tuo padre! Un uomo saggio, un gran lavoratore, che tiene tanto alla sua famiglia. Cosa credi? Lavora giorno e notte per farci star bene, per darci tutte le comodità. Potrebbe fregarsene di noi e andarsene in giro e spendere i suoi soldi in divertimenti. Invece non lo fa. Ci ama Silvia, ci ama tanto. Non lo capisci? Trovassi tu un uomo così!

Io sentivo il sangue ribollire nelle vene e le urlavo con tutta la forza che avevo:

Mai, mai! Hai capito? Non lo voglio un uomo così.

Uno strano destino, però, aveva aleggiato sopra di me: i miei uomini avevano avuto tutti le sembianze di mio padre. Erano bravi ragazzi, gran lavoratori, pensavano solo alla famiglia ma cercavano di annullare ogni aspetto della mia identità anche usando la violenza. 

Ogni volta che subivo violenza rivedevo il sorriso rassicurante di mia madre e mi sembrava che mi dicesse: – Sei fortunata! Ti ama tanto. –

Addirittura cercavo di giustificare le botte come un pegno da pagare per poter mantenere quell’amore “sano”.

Ma, a volte e all’improvviso, qualcosa si scatenava dentro emergendo dal profondo della mia anima e la rabbia prendeva il sopravvento.

Aggrappandomi allo specchio urlavo a quell’immagine riflessa: – Non voglio essere come te! Non voglio passare la mia vita a medicare le ferite e a mettere impacchi sui lividi. Non voglio! Lo capisci mamma?

Imploravo con una voce che sapeva di pianto – Non voglio morire lentamente come hai fatto tu.

Mentivi a te stessa e a me e ti sei lasciata morire per non vivere più quel tipo di vita.

Riprendendo tutte le mie forze facevo le valigie e andavo lontano fuggendo da un amore che sentivo nemico. 

Per un periodo più o meno lungo riassaporavo la bellezza della vita, la bellezza di essere una donna libera da ogni legame, da ogni vincolo … fino al prossimo sorriso e sguardo profondo che entrava dentro il mio cuore.

Ogni volta mi sembrava diverso da tutti gli altri: aveva le sembianze di un amore tenero, pulito e pieno di rispetto.

Ma lentamente emergeva con tutta la sua forza, passione intensa, amore smisurato, regali esagerati e urla … e botte.

Sei tu che mi spingi a farlo, sei tu!

Mi urlava lui mentre mi colpiva.

Vedi a cosa mi porti? A picchiarti! Sei tu che non mi ami abbastanza, non mi ami come ti amo io. Io, potessi, ti mangerei e ti terrei dentro di me per sempre. Invece tu trovi ogni scusa per allontanarti: le amiche, le uscite, lo shopping, il lavoro … ogni scusa è buona per stare lontano da me e per non rispettare i miei desideri. Lo sai che sono geloso, lo sai che mi danno fastidio le tue amiche, lo sai che ogni volta che esci vorrei venire con te. Sei tu che mi porti a questo punto … io ti amo!

Concludeva abbracciando il mio corpo martoriato. Così, per non farlo arrivare a quel punto, rinunciavo alle amiche, al cinema, al teatro, allo shopping e, in un momento particolarmente drammatico, ho anche pensato di rinunciare al lavoro. 

In uno scontro più pesante, la visione del mio naso sanguinante, mi aveva bloccata spingendomi a rifare le valige e a scappare da Anna, una mia zia.

In quel rifugio avevo provato tutte le emozioni alternando ai momenti di rabbia, la vergogna per essere caduta così in basso, il pentimento per averlo mollato e per essere andata via, la tristezza per non essere riuscita a staccarmi da quella immagine materna che, a distanza di anni, mi assillava. 

Mia zia, vedendomi in balia di stati d’animo confusi e contrastanti, mi aveva portata da una psicoterapeuta.

Non avrei mai immaginato di potermi avvicinare a una professionista simile: per me la psicologia apparteneva al mondo dei malati. 

E ho sempre faticato a capire che io stessa ero ammalata. 

Così, lentamente, ho iniziato a ritrovarmi, ad accettarmi, a condividere il mio disagio e a vergognarmi di meno. 

Le parole di mia zia: –

Forza Silvia, puoi farcela! Esci da questo tunnel … ti sta uccidendo! Guardati: non sei più la stessa donna di prima. Sei invecchiata, triste e sofferente. Non sforzarti a nascondere i lividi tanto si vedono lo stesso: i tuoi lividi ormai sono dentro, nella tua anima! Aiuta te stessa … non lasciarti morire!

mi avevano dato la forza di desiderare il cambiamento, mi avevano abbracciata e trasmesso il calore dell’affetto sincero e incondizionato. 

Dopo un tempo più o meno lungo di terapia, sono qui a far vedere le cicatrici della mia anima agli altri, affinché ogni persona che si sente annullata a causa della violenza altrui possa ritrovare se stessa e il coraggio per reagire ad una dipendenza che uccide. 

È finito il tempo del camminare a testa bassa, come se dovessi evitare gli sguardi indagatori degli altri; è finito il tempo in cui preferivo gli angoli bui per la paura di far vedere i miei lividi.

Adesso c’è un piccolo raggio di luce che illumina le mie ombre e la mia anima, che illumina le mie decisioni, il mio modo di vedere, il mio essere me stessa.

In questa penombra mi vedo diversa: diversa da mia madre e dal suo triste destino.

Non sono più il suo riflesso, non devo più rispondere alle richieste di un mondo che non mi appartiene.

Sto rimettendo a posto i miei frammenti e sento di non dover dare la colpa agli altri.

Questo è un pensiero nuovo e strano che, in un certo senso, mi confonde. 

Prima avevo la certezza di non avere colpe; adesso mi sento responsabile di avere permesso agli altri di ridurre la mia esistenza in un rottame.

Da vittima, quale sempre mi ero sentita, mi sono trasformata in carnefice di me stessa, colpevole di avere acconsentito che tutto ciò accadesse.

Non mi ero amata abbastanza? Forse. 

Il mio percorso di rinascita sta continuando e spero di poter rispondere a questa e ad altre domande che mi tormentano.

So con certezza di essere sulla strada giusta e che la mia vita sta riprendendo un andamento normale nonostante i continui incubi che assillano ancora le mie notti.

Le persone che, ultimamente, mi stanno accanto sono la mia forza e la mia fonte di energia.

Da qualche tempo ho ripreso a lavorare e ciò mi aiuta a respirare un’atmosfera di collaborazione e di stima.

Ma, soprattutto, ho il mio punto di riferimento, la mia psicoanalista, che, come una levatrice, mi aiuta a partorire le mie angosce. 

Ma nonostante tutti questi cambiamenti, la notte scorsa, sentivo di avere ancora un conto in sospeso con quel mondo fuori che correva.

Mi pareva che il mio dolore fosse anche quello di tutte le altre donne e che avesse rubato ad ognuna di noi la gioia di vivere.   

Presa da un impulso irresistibile, ho indossato il mio piumino e sono uscita sotto la pioggia.

Era fitta e un vento sottile e freddo mi ha fatto inspessire la pelle. Strinsi il giubbotto addosso e, messe le mani in tasca, andai avanti verso un percorso che si stava lentamente delineando nella mia mente.

Mi ritrovai nella via della mia ultima abitazione e, senza alcun timore, entrai nell’atrio di quel portone che ben conoscevo.

Non guardai l’ora ma sapevo benissimo che lui era lì e, senza dare spazio ai dubbi, suonai alla porta.

Aprì una giovane donna: guardandola negli occhi ritrovai lo stesso mio sguardo di qualche anno prima.

Non le dissi nulla ma, spostandola un po’ con delicatezza, entrai. 

La donna ebbe un moto di stupore e mi chiese:

Cosa fa? Dove sta andando?

Subito dopo apparve lui che vedendomi si bloccò sotto l’arcata della porta della camera e, superato il primo stupore, mi aggredì con un

Cosa ci fai qui?

Io mi avvicinai fissandolo negli occhi mentre emergeva dal profondo una rabbia mista ad una sorta di compatimento come se avessi di fronte un ammalato.

Con tono calmo, ma deciso risposi:

Sono venuta a dirti che non ho più paura di te, che sono guarita.

Sfilandomi l’anello dal dito, che nonostante tutto era ancora lì, lo feci cadere ai suoi piedi.

Non mi fai paura e d’ora in poi non avrò più bisogno di nascondermi da te. Sei un povero ammalato e non saprai amare nessuna donna nel modo giusto.

Girandogli le spalle mi ritrovai a guardare negli occhi la giovane donna. Il suo sguardo raccontava tutto quello che cercava di nascondere e io continuai:

Sta uccidendo anche te! Salvati: non merita questo sacrificio.

Voltando le spalle ad entrambi andai via.

Sentivo che quella sensazione di peso allo stomaco era sparita e il viaggio di ritorno verso casa mi è parso molto meno faticoso.

Ormai era notte e le strade erano deserte.

La pioggia non accennava a diminuire e mi ritrovai nel mio appartamento che ora, anche a quell’ora, mi pareva luminoso.

Mi avvicinai alla finestra e presa da un incontrollabile moto di gioia e fierezza la aprii e urlai:

Sono Silvia. Adesso sono io. Ho ritrovato me stessa e nessuno più può farmi del male.

La voce, nel silenzio della notte si diffuse con chiarezza e l’unico passante, fermandosi, alzò il viso guardandomi.

Accennai un timido saluto e l’uomo mi sorrise. Sicuramente, non capì il senso di quel mio urlo e, piegata la testa, riprese il suo cammino ma io avevo urlato al mondo la nascita della mia nuova esistenza.

Ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno aiutata, tutti coloro che mi hanno ascoltata e tutti coloro che mi hanno dimostrato comprensione e affetto.

È grazie a loro che sono qui a scrivere la mia storia consapevole che senza il loro aiuto non ce l’avrei fatta!

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